Il senso della possibilità

Il senso della possibilità: ciò che può esistere, realizzarsi, avvenire. Oggi abbiamo davanti agli occhi una realtà estremamente ricca di opportunità con tutti gli strumenti che ci occorrono per realizzare i nostri desideri ma le pressioni del mondo moderno, le urgenze, il senso di profonda incertezza e il livello di complessità riducono paradossalmente il senso del possibile.

Oggi, infatti, si tende a considerare una “possibilità” solo in senso stretto e quindi con riferimento alle condizioni associate  al verificarsi di un evento fisico, con il significato quindi di contingenza (il “se” congiunzione con valore ipotetico, che “liquidamente” sposta il traguardo della felicità verso il futuro). Ma esiste una “possibilità” in senso lato che attiene alla concepibilità delle cose, alla loro descrivibilità in forme non contraddittorie.

Cosicché come dice Musil il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dare maggiore importanza a quello che è, rispetto a quello che non è.

Del resto gli uomini sanno che esiste un futuro, sanno dire “accadrà, succederà” e sanno far uso del congiuntivo e del condizionale quando si aprono alle ipotesi, ai progetti, all’immaginazione.  

Ma l’uso del congiuntivo insieme al condizionale sembra voler scomparire; c’è una certa insofferenza verso di loro per cui siamo portati a considerare i frammenti di un discorso utopico, che ci invitano a esplorare lo spazio delle possibilità, entro i confini che il mondo ci concede, mentre in questo spazio elusivo e ospitale si abbozzano i lineamenti di modi di convivere e di vivere le nostre vite individuali e collettive; mondi possibili e vite congetturali esposte al mutamento e alla metamorfosi ed oggi avvolte dal flusso “liquido”.

Ora, prendendo sul serio il senso della possibilità, per come l’abbiamo definito, una società migliore resta una società che consente a tutti gli esseri umani di fare ciò che solo gli esseri umani possono fare: creare, inventare, immaginare altri mondi possibili. Questo tipo di esperienza porta a sentirsi spinti o attirati in direzioni diverse, sperimentare l’incertezza tra alternative che suscitano una varietà di pensieri, sentimenti, emozioni. 

Papa Francesco afferma “La vita non è un quadro in bianco e nero: è un quadro a colori. Alcuni chiari e altri scuri, alcuni tenui altri vivaci. Ma comunque prevalgono le sfumature. Ed è questo lo spazio del discernimento”.

Vale dunque la pena provare a mettere a fuoco il significato di questo termine chiave che deriva dal latino “discernere”, composto da “dis”, separare, e “cernere”, scegliere.

Discernimento non significa “buon senso”, “capacità di giudizio assennato” affine alla virtù classica della prudenza, nella sua definizione più semplice il discernimento non è nulla di più che la capacità di distinguere la verità dall’errore, ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. 

Il discernimento invece è il procedimento mediante il quale si operano attente distinzioni nel nostro pensiero al riguardo della verità.  La sfida del discernimento è muoversi attraverso sentimenti e pensieri utilizzandoli come strumenti per identificare non quello che è sufficientemente buono, ma quello che è meglio.

I pensieri e i sentimenti possono infatti venire dal mondo, dall’ambiente, da noi stessi, dal demonio, come pure dallo Spirito Santo. È importante osservare quali sentimenti accompagnano certi pensieri, oppure da quali sentimenti nascono determinati pensieri; l’interazione tra pensieri e sentimenti è importante perché permette di vedere lo stato di adesione personale a Dio o alle realtà liquide che mi illudono e di fatto mi allontano da Dio. Il sentimento tradisce, cioè rivela la mia adesione o non adesione e le sue motivazioni.

L’osservazione dell’interazione tra pensiero e sentimento può avviare il processo di discernimento, da cui possono derivare indicazioni riguardo l’orientamento dell’uomo. Di fatti, è l’orientamento concreto della persona a determinare come essa percepisce i pensieri che le vengono, come d’altronde è a causa di un determinato orientamento che nascono in lei determinati pensieri. 

L’attenzione all’interazione tra pensiero e sentimento giova anche perché aiuta a identificare il gusto dei pensieri della conoscenza stessa: tutti i grandi maestri spirituali parlano del gusto, del sapore della conoscenza, ed è esattamente questo il punto di arrivo del discernimento. Si tratta di arrivare a identificare dei gusti che accompagnano una conoscenza spirituale e dunque di esercitarsi nel far propria una memoria costante di tali sapori e gusti spirituali. Quando si acquisisce una certezza del gusto di Dio e dei pensieri che da Lui provengono e a Lui portano, siamo arrivati ad un atteggiamento costante di discernimento.

Il discernimento non è dunque un calcolo, una logica deduttiva, una tecnica, né una discussione, una ricerca della maggioranza, ma una preghiera rivolta all’ascesi costante della rinuncia del proprio volere. Per far questo è necessaria una radicale umiltà capace di portare a scelte concrete  e all’accettazione del rischio della scelta.

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Il punto di accesso

L’era digitale è il tempo della provvisorietà, della continua relativizzazione, dei confini permanentemente trasgredibili o, il più delle volte, dell’assenza di confini.

Quindi in assenza di confini l’emblema è il Portale cioè una soglia, non uno «strumento per passare», ma un luogo subliminale un punto di accesso.  

La metafora della ‘porta’ usata per definire le reti sociali indica insieme un modo di intendere lo spazio digitale e un modo di abitarlo: perché il web non è un semplice strumento che va “usato”, ma un luogo di relazioni che va “abitato”, quindi non solo “riempire lo spazio”, ma anche “fare spazio”, sottraendo piuttosto che aggiungendo; lasciarsi abitare per poter abitare; mettersi in gioco per poter educare; testimoniare per essere contagiosi.

L’arte dell’abitare non può essere principalmente quella di edificare mura, ma è prima di tutto quella di allestire gli spazi dell’incontro, senza i quali, pensando di difenderci, resteremmo intrappolati in mondi-prigione. 

La ‘porta’ dice anche di una discontinuità che richiama la nostra attenzione sulle differenze tra gli spazi che essa unisce mentre separa. 

Pensiamo a quanta attenzione e cura le diverse culture dedicano ai “riti della soglia”, per capire il valore antropologico di questo spazio di confine e di transito.

In questo contesto di immersività e immediatezza l’arte di narrare giunge al tramonto incalzata dalla velocità di una informazione frammentata che diventa obsoleta nell’arco di un giorno; e questo porta a un declino di civiltà.

Nella società dell’informazione si rischia di diventare grandi consumatori di notizie ma incapaci di raccontare. E il racconto, la narrazione, è uno strumento comunicativo ed educativo preziosissimo. Intanto, è una «palestra etica», che ci costringere a discernere tra cosa è importante e cosa no, a mettere in ordine gli avvenimenti secondo un filo di collegamento capace di interpretarli, a prendere posizione su cosa è bene e cosa è male. E poi la narrazione è sempre polifonica, perché intreccia le voci e le vicende di tanti, e anche “policronica”, perché abbraccia presente passato e futuro, biografie personali e storia collettiva.

È un modo di tramandare ciò che si è ricevuto, perché́ possa essere trasmesso a sua volta. Un modo concreto in cui ciò che ha valore universale diventa comprensibile attraverso immagini legate alla vita. 

Ma perché il «miracolo della comunicazione», possa accadere sono necessarie anche altre condizioni. Una di queste è il silenzio.

Siamo abituati, da una cultura che accumula frammenti incoerenti esaltando l’istante, a pensare solo al presente, riempiendolo il più possibile per renderlo denso e intenso. Invece, vi è una via diversa, che non passa dalla saturazione ma dal fare spazio, dal lasciare aperta “Quando parola e silenzio si escludono a vicenda, la comunicazione si deteriora (…); quando, invece, si integrano reciprocamente, la comunicazione acquista valore e significato”.

La parola che non nasce dal silenzio (dall’interiorità, dalla riflessione, dall’ascolto, dalla preghiera, dalla meditazione) è vuota chiacchiera, che solo apparentemente risponde al bisogno umano originario di comunicare, ma in realtà lo anestetizza temporaneamente.

Il silenzio è «uno spazio di ascolto reciproco» in cui «diventa possibile una relazione umana più piena».

Soprattutto in un mondo in cui è possibile vedere senza essere visti, stare sempre connessi senza essere realmente in relazione, scambiarsi messaggi senza ascoltare veramente. Dove è sempre più difficile tollerare i tempi vuoti, le attese, i momenti di inattività; dove è così comune ciò che già Bauman intravvedeva: il non saper stare né veramente da soli né veramente con altri.

Forse la fatica a raccontare e la predilezione per altri stili comunicativi, a volte troppo astratti, ha giocato un ruolo non irrilevante nella perdita di evidenza sociale della religione.

In un mondo in cui tende a prevalere un regime di equivalenze generalizzate e in cui tutto, alla fine, diventa questione di opinione e gusti personali, è opportuno affermare che le differenze ci sono. La realtà è fatta di tante stanze, tante case, tante città, tutte diverse. Ma ognuna di esse non è un universo a sé, autoreferenziale, separato e in competizione con gli altri, ma fa parte di un unico mondo.

La realtà è una, benché variegata al suo interno. E non è “uguale” essere in uno spazio piuttosto che in un altro. Ogni luogo ha le sue regole e i suoi comportamenti appropriati, legati al suo significato, che va ascoltato.

Il digitale dunque non è in competizione con la realtà materiale, né rappresenta per vocazione uno spazio di inautenticità; non più di quanto non lo sia qualunque contesto sociale. Noi siamo gli stessi, online e offline, l’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone. È parte del tessuto stesso della società. Tanti spazi, tutti diversi e ciascuno con il proprio significato, e una vita sola. 

Una vita, e questo è l’altro nucleo, che deve lasciare le porte aperte, non solo verso il “fuori”, ma anche verso l’alto. Se la rete è il luogo dove emergono tutte le domande e le preoccupazioni dell’essere umano oggi, non è però il luogo di tutte le risposte.

C’è una incompatibilità strutturale tra i nuovi linguaggi e i messaggi senza tempo?

Certamente no, si riconosce l’autorevolezza di chi parla con credibilità: che significa a partire dall’esperienza; o, in altre parole, a partire da una sintonia tra parole e vita.

La vera sfida è oggi dunque quella della trascendenza: essere pienamente dentro, ma affacciati su un altrove; essere “nel web”, ma non “del web”.

La rete rende possibile un’orizzontalità certamente preziosa, ma insufficiente: i social media  “dicono” qualcosa di bisogni autentici: incontro, relazione, vicinanza, condivisione, comunione, ma è la verticalità che buca la rete e restituisce all’orizzontalità il suo significato pieno e umanizzante. 

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L’essenza

il concetto di “essenza”  è molto profondo e poliforme, mi fa tornare alla mente il piacere per  forme di esperienza non empirica che portano all’’intuizione dell’ essenza, risolvendo  quel momento del processo conoscitivo, nel quale, la definizione non è più possibile e l’unico modo di cogliere come la cosa è, è guardare alla cosa in se stessa, cioè alla sua essenza.

Purtroppo “l’apriori” spesso è stato vittima di fraintendimenti, a causa della difficoltà di pensare una conoscenza che non proviene dall’esperienza empirica che ha, come punto di partenza, la percezione sensoriale, mentre quella dell’essenza si fonda su un atto intellettuale. Si tratta di una visione, ma puramente intuitiva.

L’intuizione non è un fatto emozionale, bensì un atto intellettuale. La mente coglie gli stati di fatto a priori in una visione immediata soffermando l’attenzione sull’essenziale.

Certo  l’immediatezza dell’atto non significa che esso sia disponibile per tutti gli uomini, dato che presuppone una mente libera da pregiudizi e l’avvio di un processo di purificazione intellettuale e spirituale. 

Su tale percorso l’esperienza essenziale incontrerà i valori, spostandosi quindi dalla pura sfera ontologica, alla dimensione di ciò che è dotato d’importanza e di senso, e quindi esperienze anche semplici, come la gioia di fronte ad un tramonto, o la commozione per una musica toccante, penetreranno nella sfera delle esperienze spirituali della persona.

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Ex perienza

Dai risultati di una recente indagine emerge che la nuova era digitale ha messo in profonda crisi l’esperienza umana a causa della complessa e intricata collocazione dell’uomo all’interno delle tecnologie digitali e artificiali di rete che ineluttabilmente operano sempre più separate e lontane dai modi umani della consapevolezza come l’attenzione, la percezione e la coscienza.

Paradossalmente, mentre noi cerchiamo di replicare nelle macchine le nostre dinamiche sensoriali, le macchine ci stanno progressivamente allontanando da questi processi.

Tale allontanamento, superficialmente giustificato dall’idea che il digitale distrugge la temporalità accelerandola, è spiegato da alcune teorie sulla base del fatto che le tecnologie digitali e artificiali, lavorando su dimensioni temporali sotto percepite dall’uomo, catturano con anticipo i dati di un tempo presente a noi inaccessibile, usandoli per costruire un futuro tempo presente che sarà usufruibile dalla nostra percezione, esperienza e coscienza.

In tale ipotesi non parleremo di allontanamento ma di estensione.

In effetti, quello di cui la nostra coscienza fa esperienza come “suo” presente, in realtà, è già passato: il presente dell’umanità non è il presente delle macchine. La cattura di nuove sensibilità e percezioni attraverso sensori avviene con dinamiche temporali caratterizzate da un fondamentale orientamento ad un futuro momento che ci diventerà presente. In questo presente anticipato l’esperienza diventa, o meglio, diventerà disponibile alla coscienza e alle sue future riflessioni. Quindi parliamo di un sistema anticipatorio il cui stato corrente è influenzato non tanto e non solo dal suo stato passato, ma sopratutto dallo spazio delle sue possibilità future la cui percezione, in termini di traiettorie di temporalità diverse, daranno la possibilità di “creare più tempo” e non, come alcuni pensano, di accelerarlo e comprimerlo.

Quindi forse siamo di fronte ad un disorientamento derivante dall’uso tradizionale della coscienza umana a fronte di una necessaria riconcettualizzazione per funzionare nelle nuove dimensioni post-esperienziali in una forma anticipatoria e non solamente accelerata. Quindi, forse, la crisi dell’esperienza deriva dall’evoluzione ad agire dalla modalità feed-back allo modalità feed-forward in cui il nostro comportamento atteso è costantemente modulato sul futuro senza attendere un controllo reattivo postumo.

Certo in questo scenario si porranno nuove questioni filosofiche, penso al tema dell’intenzionalità in una coscienza sempre proiettata al futuro (mi viene in mente il film minority report)….. chissà forse anche questo fa parte dell’evoluzione della coscienza umana.

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Dall’intelligenza collettiva alla inconsistenza della folla digitale

La comunicazione digitale inesorabilmente  (lo abbiamo visto in molti casi recenti specialmente in periodi elettorali) ha trasformato la “lotta di classe” in uno sciamare della moltitudine.

La moltitudine è la reale forza produttiva del  mondo digitale, mentre il Potere adattandosi, è diventato un  apparato di cattura che si alimenta della vitalità della moltitudine.

Tale dinamica, apparentemente orizzontale, decentrata e “democratica”, in realtà non dà scampo  dato che, non può esistere “lotta” e quindi resistenza, semplicemente perchè la moltitudine è l’unica classe.

La moltitudine, cioè la nuova folla, è uno sciame digitale con caratteristiche che la differenziano radicalmente dal classico schieramento di classe: lo sciame digitale non possiede un’anima, uno spirito dato che l’anima raduna e unisce, mentre lo sciame digitale è composto da individui isolati che non sviluppano un “Noi”.

Lo sciame digitale si muove per ondate, che per la loro natura fluida e volatile, tuttavia, non sono in grado di strutturare un progetto dato che,  per questo scopo, sono troppo incontrollabili, imprevedibili, instabili, effimere e amorfe.

Montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente.  Manca loro la stabilità, la costanza e la continuità, irrinunciabili per il discorso pubblico.

Massa è potere.

Questa decisione manca agli sciami digitali: essi non marciano, si dissolvono con la stessa rapidità con cui si sono formati.

A causa della loro fugacità non sviluppano energie politiche.

Il “Potere” ha compreso che i rappresentanti politici del passato non sono più trasmettitori, ma barriere. Ed ecco allora che il “Potere” si trasforma fluidamente, grazie alla  richiesta di maggiore partecipazione e trasparenza, in  crescente presenza mediatica digitale, minacciando universalmente il principio di rappresentanza.

La presenza mediatica del “Potere” orienta astutamente gli sciami verso l’indignazione digitale e la rabbia; la rabbia per sua natura è uno stato affettivo, a differenza dell’ira produttrice di azioni, non dispiega alcuna forza e quindi non determina né  azione né narrazione.

La dispersione, che contraddistingue la società di oggi, non permette all’energia dell’ira di sorgere. Il furore in senso enfatico è più di uno stato affettivo: è una capacità di interrompere uno stato in essere e di farne iniziare uno nuovo. In questo modo produce il futuro.

La massa indignata di oggi è oltremodo superficiale e distratta: le manca qualsiasi massa, qualsiasi gravitazione necessaria per le azioni.

Non genera alcun futuro.

Purtroppo la comunicazione digitale, specialmente in periodi elettorali, favorisce la dispersione, che non corrispondendo a distanza, porta ad una commistione di pubblico e privato diventando “spettacolo” dal latino spectare, cioè un puntare lo sguardo voyeuristico, al quale manca il riguardo distaccato, il rispetto (respectare).

La distanza è ciò che distingue il “respectare” dallo “spectare”. Una società senza rispetto, senza pathos della distanza sfocia in una società del sensazionalismo generatore di nuove ondate nutrimento dello sciame digitale.

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Movimento , metamorfosi e cultura liquida

Solitamente l’impulso di riflettere e scrivere su un tema mi deriva esclusivamente quando una frase o un evento mi colpisce nel profondo. Inizialmente è una sensazione viscerale non intellettuale; quando riconosco tale sensazione allora posso cominciare a scavare e riflettere.Fortunatamente oggi sono stato in viaggio tra Roma e Milano e il treno aiuta molto a concentrarmi, o meglio a rilassarmi, e quindi riesco a trovare il filo conduttore che lega pensieri e letture attorno al tema all’attenzione.

Il tema  suggerito è metamorfosi liquida. Non nascondo che la prima sensazione è stata di disagio, vedo in esso molte insidie, approcci scontati e illusorie vie d’uscita.

Provo a ripercorrere la storia partendo da Ovidio: Omnia mutantur, nihil interit.

Il mito raccontato da Ovidio racchiude l’essenziale del movimento che ha indirizzato la storia del mondo fino alla nostra epoca. La terra da instabile a stabilita; da comune a tutti a occupata, distribuita e sviluppata; da informe a civiltà racchiusa nella città, forma ridotta e per ciò intelligibile e visibile; da incolta a pascolata e coltivata…

Il movimento ha preso velocità e si è evoluto in metamorfosi cioè trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa: non l’essere ma il divenire, non l’essenza ma l’esistenza, non l’eternità ma il cambiamento. E’ un mondo di emozioni labili, non di fatti; di connessioni e tonalità piuttosto che di profili ben delimitati.

Dalla metamorfosi siamo scivolati alla “cultura liquida” per sua natura inafferrabile, indefinibile, assume tutte le forme a seconda del contenitore, filtra da tutte le fessure, non ha una sua fisionomia, è l’indistinto, appare inconsistente, ma sa riempire tutto.

La sua natura ambigua e ingannevole, l’incertezza dei confini fra realtà e apparenza, fra la concretezza delle cose e l’inconsistenza delle apparenze. La lingua stessa, lo stile, si prestano a mostrare la natura ambigua delle cose: esibendo la sua connaturata doppiezza, anche il linguaggio rivela la sua pericolosità. Tutto deve succedersi a ritmo serrato, imporsi all’immaginazione, ogni immagine deve sovrapporsi a un’altra immagine, acquistare evidenza, e poi dileguarsi.

Ma mentre nel mondo antico e fino al moderno la finalità del movimento è il ritorno all’Essere o l’adesione a un sistema Unico, nella condizione liquida attuale mi sembra che manchi ogni fondamento. I gusti della nuova spiritualità riconducono a un “Dio personale”, potremmo parlare anche di una religione à la carte, soprattutto i giovani operano una selezione tra diverse fonti, talvolta decisamente esotiche, in altri casi scavando all’interno della tradizione cattolica. Prevale comunque l’attitudine a ibridare elementi diversi, secondo i bisogni particolari e la sensibilità dei singoli; su queste basi, è molto difficile che si costituiscano dei gruppi organizzati, delle comunità di fede in senso proprio: le relazioni vere e proprie vengono sostituite con i “contatti”. 

È una reazione all’instabilità che caratterizza la vita nella “modernità liquida”: in un’epoca di incessanti e repentini cambiamenti, si cerca un lembo di terreno su cui poter piantare saldamente i piedi. Uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo, è che non si riescono a prevedere le conseguenze a medio termine delle decisioni personali: sono troppo numerosi i fattori che interferiscono con i nostri progetti. Si cerca, dunque, un punto di ancoraggio esistenziale.

Attualmente sembra essersi atrofizzata proprio la capacità di pensare l’“avvenire” ora, tendiamo a procedere a vista, come se il nostro orizzonte temporale si riducesse al prossimo fine settimana. La spiritualità può fare a meno della dimensione del futuro? Può sopravvivere in una condizione di “presente dilatato”?

Anche concetti come “qui e ora” vengono mercificati e diventano liquidi, pensiamo alla distorsione dell’idea alla base del celebre “carpe diem” di Orazio.

Dal “presente dilatato” si scivola “liquidamente” al “se” congiunzione con valore ipotetico, e inconsapevolmente si sposta il traguardo della felicità verso il futuro, o comunque “più in là” rispetto a dove sei “qui e ora”, in una rincorsa infinita di ciò che è irraggiungibile, aprendo le porte ad una perenne insoddisfazione.

Diverso è guardare al futuro con un senso di progettualità, per decidere in quale direzione andare, o agire nell’oggi in direzione di ciò che per noi è importante, questo significa infatti vivere nel presente.

Molte aziende non si limitano a mettere in commercio dei beni materiali, ma li contornano di un alone “religioso”. Le agenzie di viaggi e le compagnie aeree, ad esempio, pubblicizzano le destinazioni turistiche con la promessa di “esperienze immortali”, di “mete paradisiache”: i loro slogan sono spesso variazioni sul tema dell’immortalità ora, da conseguire istantaneamente, il modello è quello del caffè solubile, che si può assaporare nel giro di pochi secondi, dopo che la polvere si è sciolta nell’acqua calda. Le agenzie di marketing capitalizzano il desiderio di una fuga dall’incertezza e dalla sfiducia diffuse nella modernità liquida: le merci attraggono i possibili acquirenti promettendo loro una redenzione dalla normale insensatezza della quotidianità. 

Nella modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità. 

Dio, dal canto suo, è stato neutralizzato e sostituito dalla scienza e dalla tecnologia, anch’essi prodotti speculari alla mercificazione che ci consentono di sfuggire dalla narrazione teologica della storia del mondo che ci porrebbe davanti a nuove responsabilità: il peccato si perdona, la corruzione è ammessa semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto vi è una stanchezza della trascendenza. Di fronte al Dio che non si stanca di perdonare,il corrotto si stanca di chiedere perdono.

Papa Francesco preferisce il termine più contenuto di cultura del provvisorio. Di fatto niente sembra più sicuro e stabile. Traballano i valori condivisi. Quelli che una volta si chiamavano principi, adesso sono correnti che cambiano direzione e si dissolvono nel liquido che rende tutto uguale e indifferente. 

I rapporti umani sono diventati fragili ad ogni livello, da quelli familiari a quelli professionali. Diventa sempre più difficile impegnarsi per sempre, non ci si radica in niente, nazione, città, famiglia, impresa. Si resta attaccati anche morbosamente al posto fisso di lavoro perché lascia libertà di fluttuazione in ogni altro ambito.

Chiudo con una frase di Bauman che da una chiave di lettura per cercare una via coraggiosa alla liquida morale dilagante:

“La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza a irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida”. 

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Consapevolezza e follia controllata

Don Juan dice ” mi hai chiesto della mia follia controllata e ti ho detto che tutto ciò che faccio per me e per i miei simili e’ follia, perché niente è importante. Alcune cose nella tua esistenza ti interessano perché sono fondamentali, le tue azioni sono di certo importanti per te, ma per me non c’è più neppure una singola cosa che sia rilevante, né i miei atti ne’ quelli dei miei simili. Continuo a vivere tuttavia, perché ho la mia volontà, perché l’ho temprata per tutta la vita finché è’ diventata chiara e integra e ora non m’interessa che nulla conti per me. La volontà controlla la follia della mia esistenza.Tu stai pensando alla vita, non stai ‘vedendo’, quando un uomo ha imparato a ‘vedere’ si trova solo al mondo, con nient’altro se non la follia. I tuoi atti come quelli dei tuoi simili in generale, ti sembrano importanti perché hai imparato a pensare che lo siano. Impariamo a pensare su tutto e poi educhiamo i nostri occhi a guardare nello stesso modo in cui pensiamo le cose che guardiamo. Ma poi quando un uomo impara a ‘vedere’ comprende che non può più pensare alle cose che guarda, e se non lo può fare, tutto diventa irrilevante. Irrilevante non significa senza valore, se i miei atti non sono più importanti dei tuoi o una cosa non sia più necessaria di un’altra, allora tutte le cose sono uguali ed essendo uguali non sono importanti. Un uomo di sapere può piangere, gli occhi guardano, così possiamo ridere, piangere, rallegrarci, essere tristi o felici. Quando assisto a qualcosa che di solito mi renderebbe triste, semplicemente sposto i miei occhi e lo vedo invece di guardarlo. Ma quando mi imbatto in qualcosa di divertente lo guardò e rido, sono felice perché scelgo di guardare le cose che mi rendono felici e poi gli occhi colgono il loro lato divertente e rido.’

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