L’ideologia del presente


Stiamo osservando il declino di due ‘invenzioni’ culturali molto potenti che nel secolo scorso hanno accompagnato e sostenuto la crescita e l’ ‘immaginazione’ della cultura. La prima invenzione è un concetto di futuro come frontiera o perfino come “terra promessa”. E’ questo, come noto, un topos cardine della produzione culturale, soprattutto americana, dello scorso secolo. La seconda invenzione è il concetto di gioventù. La nozione di un’età distinta dall’infanzia e dall’età adulta è relativamente recente, e si caratterizza anch’essa nel corso del Novecento in coincidenza con una serie di mutamenti economici, sociali e demografici.

Questi due concetti sono la benzina culturale e simbolica che accende l’esplosione del pop nella seconda metà del secolo scorso. Il pop erano i giovani e i giovani erano il futuro, e il futuro aveva i contorni simbolici della geografia americana. “Nell’immaginario di tutti l’America era il grande paese della giovinezza. In America c’erano i teenager, altrove solo la gente qualsiasi” spiegò John Lennon nel 1966. Numerose riflessioni, oggi, mettono in luce come il futuro stia perdendo rilevanza a fronte di una “ideologia del presente” in cui ci troviamo sempre più immersi. La si ricollega tra l’altro ai processi di globalizzazione; all’affermazione di una società in cui l’uso pervasivo e quotidiano della tecnologia ha ridefinito la stessa dimensione spaziale e temporale – si pensi alle stesse tecnologie della comunicazione – , appiattendo passato e futuro in un presente esteso e ossessivamente simultaneo. Per dirla con James Ballard, “il futuro sta cessando di esistere, divorato dall’onnivoro presente. Questo futuro noi l’abbiamo annesso al nostro presente, facendone una delle molteplici alternative a noi offerte (…)  viviamo in un mondo quasi infantile, nel quale può trovare istantanea soddisfazione ogni domanda, ogni possibilità, si tratti di stili di vita, di viaggi, o di ruoli e identità sessuali”.

Così, il rapporto con la tecnologia è divenuto, da fatto pubblico celebrato nelle grandi esposizioni universali tra fine Ottocento e primo Novecento, elemento di condivisione e simbolo di status familiare (si pensi ai primi televisori o frigoriferi) e infine fatto totalmente privato e individuale (si pensi alle trasformazioni del telefono dall’epoca del fisso a quella del mobile, o ai cambiamenti nel consumo di musica dall’era del juke box a quella dell’Ipod).

Questi e altri mutamenti di portata più profonda erodono la specificità di un’età giovanile. Da un lato, anticipando sempre più precocemente comportamenti tipici dell’età adulta, dall’altro esportandone i modelli in età adulta per non dire avanzata: la tendenza a differire l’uscita dalla famiglia d’origine in una sorta di prolungata fase giovanile, la mimesi giovanilistica, attraverso l’abbigliamento e la cura del corpo, ormai diffusa oltre la soglia dei cinquant’anni.

Uno sfrangiamento che è simmetrico rispetto a quello del futuro: nel momento in cui diviene generalizzata l’immersione in una perenne condizione giovanile in cui ogni desiderio è a portata di mano, ogni decisione reversibile come in un gioco virtuale, ogni assunzione di responsabilità (individuale o collettiva) differibile, la stessa nozione di età giovanile cessa di esistere in quanto tale come entità distinta e discreta.

Il sole 24 ore Nova – Massimiano Bucchi

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