Riflessioni sulla leadership, meglio leadership riflessive


Questo post vuole rispondere ad Andrea ed alla sua esortazione di passare dall’etereità (io la definisco spiritualità) del mio precedenze post all’esigenza di trovare la via (in cinese Tao) che conduca ad un nuovo umanesimo nel campo della gestione aziendale.

Proviamo a seguire i pensieri di Lao Tsu e riferiamoci al principio del Tao, l’eterna e fondamentale forza che scorre attraverso tutto l’universo, per sviluppare una nuova visione manageriale:

” Di un grande leader che lo governa

il popolo non avverte quasi la presenza.

Poi viene quello amato e stimato.

Poi quello temuto.

Infine quello disprezzato e combattuto.

Quando un capo non si fida di nessuno

Nessuno si fida di lui.

Il grande leader parla poco.

Non parla mai sconsideratamente.

Lavora senza badare ai propri interessi

e si ritira in buon ordine.

A opera compiuta i sudditi dicono:

abbiamo fatto tutto da soli.”

Questo testo appartiene a Lao Tsu nell’ opera “Tao te Ching” scritta mezzo millennio prima di Cristo.

L’eterno tema della leadership riguarda l’uomo nelle espressioni più profonde di se stesso. Argomento a parte è il mondo delle Imprese e l’interpretazione che viene data alla figura del leader inteso come business executive alla guida di aziende: i business executive eseguono (“execute“) cose e sono sempre occupati (“busy“).

Se è vero quanto dice Lao Tze riguardo alla prima dote di un leader:

“Di un grande leader che lo governa il popolo non avverte quasi la presenza”, oggi vi è la tendenza a spettacolizzare e fare della leadership una qualità eccezionale. In realtà se non c’è anima è inutile affannarsi attorno a costruzioni artificiose. È la vita nella sua globalità, l’intreccio di esperienze, intelligenze, saperi e passioni ad abilitare, o non abilitare, all’esercizio di una funzione di leader, come risultato di una partita personale, giocata a tutto campo e su tutti i terreni.

Il pensiero e la decisione sono frutti che nascono da una disponibilità originaria a sentire gli altri. Dall’ascolto e dal confronto senza pregiudizio nascono le idee che creano i miti e consentono alle imprese e ai loro capi di entrare nell’immaginario come luoghi e figure che fanno accadere le cose, che consentono ai pensieri di realizzarsi e alle persone di essere protagoniste della scena.

” A opera compiuta i sudditi dicono: abbiamo fatto tutto da soli.”

Un leader che cerca è una persona, e la persona non può avere come obiettivo i risultati di oggi, la performance e il profitto di un piano triennale. Piuttosto si fa delle domande e continua a interrogarsi, sorretto solo da chiare intenzioni.

“Lavora senza badare ai propri interessi”.

Un leader che riflette si è spogliato, ha perduto delle cose, delle parole, degli atteggiamenti, o meglio ha preferito lasciarle in disparte, ha preferito tenerle meno visibili.

“…e si ritira in buon ordine”

Nella nuova casa dell’attenzione, del pensiero, delle domande, c’è meno bisogno di esibire. Anche la tecnologia che lo circonda non lo appesantisce, lo attraversa ma non lo intralcia perché riesce a trovare un senso nel caos delle interazioni tra i macrocosmi economici e i microcosmi individuali. Nuove parole per riflettere sul senso, attraverso tutti i sensi.

” Il grande leader parla poco.”

La casa del leader assomiglia di più ad uno spazio vuoto, uno spazio ideale, uno spazio dell’accoglienza. Lo spazio dell’accoglienza è uno spazio dove il tempo si fa, si crea e non si consuma, non si rincorre.

” Quando un capo non si fida di nessuno nessuno si fida di lui.”

Come dicevo in un mio post precedente un uomo senza fiducia, uno che non si fida e di cui non ti puoi fidare non è più un uomo. Non si tratta di essere senza difetti. Meritare fiducia non è questione di perfezione, è questione di cuore. Abbandoniamo il vecchio paradigma del “sei una risorsa umana” e riscopriamo parole quali intensità, passione e sentimento sviluppando la capacità di osservare e riflettere su di sé, distaccarsi e non uniformarsi sarà il tema dominante delle organizzazioni nei prossimi anni per comprendere che le persone e non le risorse umane saranno la vera scoperta delle organizzazioni.

Lo sviluppo della leadership diventa dunque un processo interiore di formazione della persona, dove essa diventa consapevole della ricchezza delle proprie risorse individuali provenienti dal profondo dell’anima e intuendo che le cose sono ciò che siamo e non ciò che vediamo.

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7 risposte a Riflessioni sulla leadership, meglio leadership riflessive

  1. Alessandra ha detto:

    Ciao Observer,
    uno dei concetti più nuovi e in linea col futuro in cui sono incappata ultimamente è quello di Sacred Leadership, che rappresenta il naturale sviluppo di quello di Sacred Activism, ossia Attivismo Sacro, coniato da Andrew Harvey in “The Hope – A Guide to Sacred Activism” – un libro illuminante che ti consiglio di leggere (è solo in inglese).
    Harvey sostiene che solo una rivoluzione del cuore espressa in azione sarebbe in grado di trasformare la situazione attuale in cui viviamo. Non è “New Age stuff” come dice il tuo amico, è la valutazione più realistica e lungimirante che abbia sentito finora. I problemi che stiamo vivendo nascono dall’avidità, dall’egoismo e dal desiderio inconscio di autodistruzione, e sono problemi che si superano solo con la compassione, il perdono e l’amore in primis verso noi stessi. Solo un capo che ha fatto questo percorso può pensare di riuscire a guidare gli altri in una direzione che non sia il baratro. Ci sarà sempre più bisogno di leader illuminati – bada bene, Andrea, Leader, non Guru o Santoni. E il leader illuminato non è quello che si presenta in ufficio coi capelli da rasta e recita l’om nella pausa pranzo, è colui che ha trovato il coraggio di scendere nel proprio inferno personale e poi è risalito, e risalendo ha trovato il suo cuore. Solo dopo un percorso di questo tipo saprà qual è la “giusta azione” e il “giusto pensiero”. Ci vuole molto coraggio nell’abbracciare l’umiltà di sapersi mettere in discussione, nel farsi indietro con l’ego per ascoltare veramente chi abbiamo davanti, nel cercare risposte là dove gli altri hanno paura di andare. Tu ce l’hai, Andrea?
    Alessandra

  2. luk ha detto:

    Ciao Sandra in realtà il mio amico Andrea è stato forse la prima persona con cui ho iniziato a confrontarmi sui temi che ora sono oggetto dei post. Penso che l’idea del blog derivi proprio dalla necessità di estendere pensieri e riflessioni in precedenza condivise solo da noi due spesso nel corso di lunghe telefonate serali. Andrea mi ha sempre incoraggiato a scrivere i miei pensieri. Alcune volte le nostre idee sono diventati progetti. Penso che sia sulla buona strada e con il tempo anche lui affronterà definitivamente la sua rivoluzione umana.

  3. Alessandra ha detto:

    Ok, allora aggiusto il tiro.
    Andrea ti chiede di passare dall’etereità alla via, cioè vuole subito qualcosa da oggettivare, un risultato, un prodotto, qualcosa di tangibile. Ha difficoltà a restare nell’indifferenziato, nell’ascolto passivo senza entrare in ansia. Ma è solo dall’utero dell’indifferenziato che nascono i nuovi modelli, e l’innovatore è colui che si pone in una condizione di sereno ascolto di una musica sottile che arriva da lontano. Dobbiamo entrare in risonanza col nuovo che sta nascendo, trasformamdoci in canali di qualcosa che ancora non esiste ma che cerca di manifestarsi attraverso di noi. In questo gli orientali hanno ragione quando parlano di azione-non azione, cioè quella condizione di spirito che mi consente di agire e contemporaneamente restare solo un testimone a livello della coscienza. Vista in quest’ottica l’etereità E’ la via, perché permette al nuovo di manifestarsi senza che l’ego intralci il processo con il suo bisogno di oggettivare subito qualunque cosa, cioè scindere il processo dal risultato. Se io trasformo me stesso, trasformo la realtà che mi circonda, porto automaticamente nel sistema qualcosa di diverso, che devo avere anche il coraggio di non pretendere di voler controllare. Una cosa che sento è che dobbiamo anche imparare a stare serenamente nel vuoto di un’apparente assenza di risposte, sopportare questo silenzio, questa voce che non ci parla. Dobbiamo riuscire ad ammettere che non abbiamo tutte le risposte, che non sappiamo cosa è meglio fare, ma che proveremo a fare del nostro meglio lasciandoci guidare dalla saggezza del cuore.
    Buonanotte,
    Ale

  4. virgilio ha detto:

    Leggere che qualcuno fa una riflessione sull’esigenza di trovare la via (in cinese Tao) che conduca ad un nuovo umanesimo nel campo della gestione aziendale mi da speranza e faccio i complimenti a chi la ha proposta per la profondità di tale riflessione.

    Un nuovo umanesimo nel campo della gestione aziendale ritengo che debba portare a valori da rispolverare, valori su cui basare la crescita di un’azienda. Crescita che deve comportare anche la crescita del tessuto sociale che vive intorno alla gestione di un’impresa. All’interno di un’impresa sia essa industriale o di servizi facendo rientrare in quest’ultima categoria anche le società di consulenza devono tornare i valori del rispetto reciproco tra i dipendenti, tra superiori e datori di lavoro, tra consulente e Cliente. La nuova umanità per me vuol dire rispettare il Cliente rispettare il dipendente valorizzare le risorse umane interne di un’impresa e il nucleo familiare di cui un dipendente ne fa parte.

    Occorre ritrovare la professionalità, enfatizzare il consolidamento piuttosto che una crescita a tutti i costi.

    Un nuovo umanesimo nel campo della gestione aziendale per me vuol dire non chiedere a un consulente di abbassare i suoi corrispettivi ma di valutarne la professionalità, un elevato standing, un’elevata preparazione, il raggiungimento del risultato, la partnership. Il nuovo umanesimo deve portare le imprese a riscoprire i valori della qualità, del rispetto dei propri Clienti, della qualità del prodotto venduto, del rispetto delle persone che lavorano per l’azienda .

    Vorrei un’impresa che ponesse la crescita e la redditività obiettivi fondamentali da raggiungere ma non a scapito del consolidamento, offrendo la massima qualità, creando un clima aziendale dove il rispetto reciproco è nel DNA delle persone, l’attenzione alla qualità e il rispetto del Cliente e del fornitore sono ingredienti portanti della ricetta che deve portare alla nuova era di un effettivo umanesimo nella gestione di un’impresa.

  5. Cristina ha detto:

    Chi ha un ruolo di rilievo in un’azienda oggi non ha solo una responsabilità economica e di business ma anche sociale e, perché no, spirituale.
    L’aver avuto la fortuna di aprirsi a concetti come quelli scritti e poterli portare in un ambiente complesso come una azienda è sia una grande opportunità di esprirmere anche con l’esempio a contesti estesi quello che sarà la Via ma è anche una responsabilità. Una meravigliosa responsabilità certamente ma con i pro e contro tipici di questa. Dato che il caso non esiste, chi ha oggi un ruolo di guida non è li per caso. Grazie a Luca ho iniziato a leggere del Tao e più lo conosco più vedo la grande differenza che può fare nella vita applicare questo tutti i giorni. Portare questi concetti (ed affini!) nella quotidianità di una realtà lavorativa permette a tutti coloro che vi si trovano di poter stare meglio e di potersi aprire a loro volta ad una realtà veramente diversa. Io credo veramente che si debba avere la voglia e, talvolta, il coraggio di farlo davvero mettendoci cuore e generosità.
    Buona giornata!

  6. William ha detto:

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