Il grande rischio: pensiero unico su guerra e pace


Guerra umanitaria, guerra giusta, guerra democratica. Peace-keeping, peace-enforcing, operazione di polizia internazionale. Difesa attiva. Missione di pace. Operazioni impreviste d’oltremare. Fino all’ultima trovata lessicale coniata in ambito obamiano per descrivere con la neolingua del politicamente corretto l’imposizione della no-fly zone sui cieli libici: azione militare cinetica. Formulazioni retoriche a parte, dal 1999 l’occidente combatte sempre la stessa guerra: la guerra buona, etica e morale ideata un decennio dopo la caduta del Muro di Berlino da due leader della sinistra mondiale, Tony Blair e Bill Clinton. Una guerra capace di mobilitare le coscienze, legittimata a violare la sovranità nazionale in nome del diritto di ingerenza democratica, volta a fermare preventivamente i massacri, i genocidi e la pulizia etnica.
Dietro questa finzione si nasconde il nuovo modo occidentale di fare la guerra, in realtà l’unico. Non c’è grande differenza ideologica tra gli interventi militari in Bosnia, Kosovo, Iraq, Libia e la continuazione della guerra in Afghanistan. Non è un caso che, tranne qualche eccezione, tra i promotori e in prima fila ci siano sempre gli stessi politici e intellettuali americani ed europei: Blair, i suoi eredi di sinistra e di destra; la famiglia Clinton e i suoi consiglieri, esperti e analisti; gli opinionisti Andre Glucksmann, Bernard Henry Lévy, Christopher Hitchens, Leon Wieseltier e Paul Berman; le riviste liberal come «New Republic» e le pagine degli editoriali del «Wall Street Journal». Ideologicamente, interventisti liberal e neoconservatori si dividono soltanto sul ruolo delle istituzioni internazionali, dai neocon giudicate un freno al potere americano e dai liberal come un’utile legittimazione politica del dominio statunitense. Entrambi credono nella promozione della democrazia, nella forza militare come strumento per centrare obiettivi umanitari, nel diritto-dovere dell’occidente di riparare i guasti del mondo. Si arriva a un paradosso, il paradosso umanitario, ha scritto l’opinionista di sinistra David Rieff in Un giaciglio per la notte (Carocci): chi si batte per il rispetto dei diritti umani, per la pace e per la democrazia invoca interventi militari per raggiungere quegli obiettivi. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni umanitarie, secondo Rieff. La pace può anche essere violenta, argomenta il giurista e romanziere Stephen L. Carter nel saggio The violence of peace con cui esamina le idee di Obama sulla guerra giusta, etica e morale.
Le radici ideologiche della guerra buona e giusta si rintracciano nel movimentismo libertario del Sessantotto francese e americano, ha raccontato Paul Berman in Idealisti e Potere. Ma anche nella tradizione delle Brigate internazionali che negli anni Trenta hanno combattuto la guerra civile spagnola, oltre che nell’esperienza dell’antifascismo democratico italiano. Carlo Rosselli, intellettuale, politico e militante riformista, scriveva che «una sola politica di intervento, volta a far risparmiare al mondo un nuovo massacro, sarebbe concepibile e accettabile», così come «un intervento che avesse lo scopo preciso e proclamato di appoggiare una rivoluzione antifascista».
La fine della storia, annunciata prematuramente da Francis Fukuyama nel 1993, è stato il collante ideologico ottimista capace di convincere i giovani leader occidentali dell’ineluttabilità di un futuro democratico. Il pessimismo di Samuel Huntington, secondo cui semmai stavamo pericolosamente andando verso uno scontro di civiltà, è stato messo da parte. L’archiviazione della Guerra fredda, la diffusione della democrazia, i progressi tecnologici, la circolazione delle notizie in tempo reale e la globalizzazione hanno archiviato l’era dell’indifferenza, delle politiche isolazioniste, della sacralità della sovranità popolare. Far finta di niente di fronte a massacri, pulizie etniche e genocidi è diventato insopportabile, insostenibile, vergognoso. Mai più, never again, not on my watch sono diventati gli slogan morali di ogni leader occidentale di destra e di sinistra. Blair e Cameron. Clinton e Bush. Obama e Sarkozy.
Le guerre buone dell’occidente hanno origine in eventi traumatici che il mondo non è riuscito a evitare o che finalmente ha deciso di fermare: l’assedio di Sarajevo ha costretto Blair e Clinton a intervenire in Bosnia. Le indicibili atrocità di Srebrenica e del Ruanda hanno convinto i leader angloamericani a fermare i progetti di pulizia etnica in Kosovo. Gli attacchi dell’11 settembre hanno portato un presidente conservatore come George W. Bush, eletto con una piattaforma di politica estera definita “umile”, a fare squadra con Blair per intervenire nel mondo arabo e islamico, anche col sostegno politico e le prove anti Saddam di Clinton, contro i talebani e contro un dittatore stragista che aveva velleità espansioniste, rapporti col terrorismo e progetti nucleari.
Il vento di rivolta anti-autoritaria in Nord Africa e la repressione violenta di Gheddafi hanno convinto Obama, un presidente eletto con l’idea di fare la pace con i nemici, di non rimuoverli dai loro palazzi. Obama ha seguito i consigli degli interventisti liberal del suo team per evitare che a Bengasi si concretizzasse una nuova Srebrenica. Tra i suoi consiglieri, oltre a Hillary, moglie di Bill Clinton, c’è Samantha Power, vincitrice del Premio Pulitzer per Voci dall’Inferno. L’America e l’era del genocidio, il saggio-manifesto sull’indifferenza occidentale nei confronti dei massacri in Bosnia e del genocidio in Ruanda.

da: il Sole 24 ore del 27 marzo 2011

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