Essere Globali significa integrare scienza e coscienza


Sull’onda del precedente post vorrei allargare la prospettiva del concetto di legame tra emozione e ragione. Come è noto, la scienza e anche l’economia sono suddivise in molteplici campi disciplinari, ciascuno ulteriormente articolato in settori e sottosettori, spesso incomunicanti gli uni con gli altri. Ne consegue che di ogni fenomeno si hanno molteplici visioni particolari, specialistiche ciascuna delle quali si sofferma su singoli aspetti, livelli, parti, ma non sul fenomeno nella sua totalità. Questa separazione dell’intero in parti comporta innegabili vantaggi, ha permesso l’affermarsi delle specializzazioni, ma diventa un ostacolo formidabile se dimentichiamo — e abbiamo purtroppo dimenticato — che prima o poi l’intero va ricomposto.

Il paradigma dominante è stato definito meccanicistico-riduzionista: meccanicistico, perché tende a concettualizzare e rappresentare ogni realtà (ivi compresi gli organismi viventi, l’uomo, la psiche, la società) come se fosse un congegno meccanico; riduzionista perché ritiene che ogni fenomeno possa essere ricondotto (o ridotto) all’azione di unità elementari, studiabili una per una isolatamente dalle altre e dal tutto.

Come però ha osservato Ashby W. R.: “Agli inizi del secolo, con gli esperimenti di Ronald Fischer sui suoli coltivati, si è visto chiaramente che esistono sistemi complessi che non permettono in alcun modo di variare un fattore alla volta, perché sono così ricchi di interconnessioni dinamiche che la variazione di un singolo fattore provoca la variazione immediata di altri fattori, e probabilmente di molti altri fattori.” il problema non si risolve certo adottando un approccio multivariato dato che stiamo solamente spostandoci verso una relazione matematica soltanto più complessa ma non certo espressione dell’uomo e delle “sfere” ad esso inerenti: psicologica, socioculturale, politica, religiosa etc.

Da alcuni decenni a questa parte sta crescendo il numero di studiosi che manifestano una posizione critica verso il meccanicismo e il riduzionismo, auspicando un nuovo paradigma che non si ispiri più al dispositivo meccanico come modello del reale, o alla “anatomia” — alla scomposizione analitica pezzo a pezzo, aspetto per aspetto — come modello di riferimento per le varie metodologie di indagine. Non si può più a lungo ignorare che ciò che è stato analizzato, scomposto, ridotto appunto, debba prima o poi essere ricomposto e che fino a quando una scienza non riesce a completare il processo conoscitivo — a tornare all’intero, alla globalità da cui è partita — non può dirsi realmente soddisfacente.

Si rende dunque necessario un ampliamento degli orizzonti che consenta di produrre non solo una miriade di immagini settoriali ma anche una visione d’assieme di ogni realtà studiata. Questo è, appunto, ciò che si propone il paradigma olistico emergente, che non intende prescindere dai contributi della scienza riduzionista, impegnandosi però a collegarli tra loro, evidenziandone l’interdipendenza e ricomponendo così l’intero da cui si era partiti. L’obiettivo è di accogliere sia la visione razionale-matematica-materialista sia la visione intuitiva-artistica-spiritualista, non più viste come antagoniste, ma conciliandole e coordinandole tra loro. Come infatti ha dimostrato la fisica quantistica, è inevitabile che coesistano modelli diversi della realtà — oggettuale e processuale, riduzionistico e olistico — e il punto è di dargli pari dignità e impegnarsi a trovare i ponti di collegamento tra i due, le vie attraverso le quali sia possibile tradurre dall’uno all’altro e quindi pervenire ad un modello integrato di livello superiore.

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