Design thinking e l’arte di esplorare


Il design thinking si insedia a metà strada tra quattro sistemi di conoscenze tra loro tradizionalmente difficilmente dialoganti: le «humanities» e la tecnologia/ingegneria su un asse, e l’arte/creatività e l’economia e la gestione su un altro asse perpendicolare al primo. Il porsi a cerniera tra questi antichi e ricchi saperi specialistici strutturati, non in antitesi ma come catalizzatore di contenuti e sintetizzatore di effetti, fa del design un sapere di grande potenzialità contemporanea, pervasivo ed efficace, relazionante e mutante, e straordinariamente adeguato a unificare la relazione tra teoria e prassi, tra possibile e realizzabile. Laddove la creatività dell’arte incontra la fattibilità della tecnologia e dell’ingegneria si manifesta la forma che è uno degli effetti più espliciti del design. Nel crocevia tra lo sviluppo prestazionale della tecnologia e dell’ingegneria con l’utilità dell’economia e della gestione nasce la funzione. Nell’incrocio tra la ricerca del profitto dell’economia e la ricerca degli interessi delle «humanities» prende corpo il valore. Infine, nel crocevia tra l’ermeneutica della cultura umanistica e l’intuizione dell’arte si manifesta il senso.

La cultura del progetto è al centro del design, progettare è eseguire una sequenza di comportamenti complessi e sinergici: osservare la realtà, fare modelli sintetici e manipolabili della realtà, trasformare poi i modelli valutati in realtà.

Alla base del progetto vi è l’osservazione. Essa è un’azione «intenzionale», richiede cioè che l’osservatore abbia un’intenzione piuttosto precisa che anima la sua azione, viceversa l’azione sarebbe il mero guardare. Questa intenzione sottende un’ipotesi, un obiettivo, una direzione verso cui guardare. Osservare richiede dunque che l’osservatore si trovi in uno stato di conoscenza rispetto alla realtà a cui si rivolge. Se ignorasse completamente quella realtà non la potrebbe osservare, la guarderebbe come un turista distratto guarda un paesaggio e vede campi normali, alberi uguali a tanti, strade senza direzione, case anonime. Conoscere è progettare bene e l ’innovazione non risiede nel continuo aggiornamento tecnologico, ma nell’angolazione con cui si osservano i problemi.

L’esploratore è colui che ha sviluppato al massimo la capacità di osservare. Parte alla ricerca di nuovi ambiti e significati per ampliare l’orizzonte possibile dell’innovazione. Forte della sua curiosità senza limiti, di collaboratori aperti e riferimenti culturali e
materiali ampi, complessi e multidisciplinari (esperienze, legami con il mondo
della produzione e della ricerca…), guida l’esplorazione a tutto campo su
ambiti aperti, oceani da indagare alla ricerca di «nuovi mondi» che poi il
tempo e l’applicazione (intesa come determinazione a trasformare un’intuizione
in pratica e come evoluzione tecnologica) possono confermare o confutare.

Come un esploratore del passato, il designer navigante si lancia con il suo equipaggio alla ricerca libera, su Internet come altrove, anzi con mezzi e strumenti il più
possibile eterogenei, per parole- chiave che possono essere scelte in funzione di quella che vorrà essere l’apertura complessiva dell’operazione e quindi dell’articolazione
dell’operazione progettuale futura.

Le parole-chiave rappresentano la forma di esplicitazione
più precisa e includente per il meta-ambito, si tratta di parole, significanti, che sottendono ampi panorami di significati e come tali si manifestano ricche di potenzialità che la ricerca potrà o meno concretizzare; in questo senso il navigante diventa
«soggetto innovatore»: sviluppando le potenzialità propositive dei molteplici
significati delle parole-chiave egli procede senza i vincoli dettati dal senso
comune.

L’esploratore navigante è una figura propositiva, che cerca
nuovi ambiti non battuti per il progetto di design; è un soggetto innovatore,
perché «i soggetti innovatori, a livello psicologico, sono capaci di mettere
distanza tra il sé e il senso comune», e «come lo straniero vive una crisi
costante dato che nessuno a parte lui condivide il suo senso comune».

La volontà è quella di scoprire «nuovi mondi del progetto»,
possibili e nascosti, attraverso una ricerca libera in cui la fattibilità è una
questione che si presenta solo in un secondo tempo.

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2 risposte a Design thinking e l’arte di esplorare

  1. romana ha detto:

    MAMMA MIA!!!! ma dove le trova tutte queste parole difficili. Non posso confividere perchè non sono all’altezza. adesso mi leggero altre cose come per esempio se l?america può fallire. La cosa mi poreoccupa perchè ho qualche dollaro. Che faccio’?
    Buongiorno Luca!!!
    da Romana

    • luk ha detto:

      Piu che fallimento lo chiamerei trasformazione dell’america e rappresenta il naturale sintomo dell’epilogo dell’economia capitalista così come oggi noi l’intendiamo. Il Cardinal Bagnasco scriveva “abbiamo bisogno di rendere responsabile la competizione, passando dal concetto quantitativo di crescita a quello di sviluppo, i cui contenuti sono prima di tutto antropologici e morali”.

      Luca

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