A quando un Nuovo Umanesimo ?


Da una intervista condotta su 250 manager di varie funzioni aziendali emerge  che nell’80% dei casi gli investimenti in strumentazione 2.0 è inferiore agli 80 k/anno, ed in grandissima parte “inferiore” significa “uguale a zero”. Ancora risulta che i 5/6 delle aziende campione sono in uno stato di “Frozen Change” o comunque di grave ritardo rispetto ai processi di “Cultural Transformation” necessari per implementare le nuove tecnologie.

Ed è proprio questo il punto: non ostante siano ormai finiti gli alibi, nel senso che gli strumenti disponibili siano ormai numerossissimi e anche a buon mercato, le aziende non paiono avere la minima volontà di affrontare il ridisegno dei processi e la radicale trasformazione dei modelli organizzativi. La maggior parte degli innovatori “finisce stritolata nella macchina dell’organizzazione” proprio come succede al Charlie Chaplin di Tempi Moderni.

Solo un radicale abbondono dei Principi dello Scientific Management formalizzati da Taylor esattamente un secolo fa (1911) ma ancora ben vivi e operanti oggi, può far fare alle aziende l’ormai ineludibile salto di qualità. Ecco perchè, oltre alle necessarie modifiche sul versante “hard” della tecnologia  occorre ripensare alle radici la cultura aziendale,

Uno è definito Processo di continua rifondazione. “L’umanesimo si sviluppa necessariamente attraverso rotture che sono innovazioni (il termine biblico hiddouch significa inaugurazione, innovazione e rinnovamento)… Occorre trasvalutare (Nietzsche) la tradizione: non c’è altro mezzo per combattere l’ignoranza e la censura, e facilitare così la coabitazione delle memorie culturali costruitesi nel corso della storia”. E’ proprio quello che le aziende si rifiutano di fare, ma che rappresenta il presupposto cognitivo e culturale fondamentale per stravolgere l’attuale modello di Governance e Leadership gerarchico e top down con uno realmente trasversale e partecipativo. Solo così si può inoltre affermare anche in azienda quell’“umanesimo che è l’incontro di differenze culturali favorite dalla globalizzazione e dall’informatizzazione“, come lo definisce Kristeva.

Ricordo infine qui il suo appello: “Umanisti, è attraverso la singolarità condivisibile dell’esperienza interiore che possiamo combattere quella nuova banalità del male che è l’automatizzazione della specie umana cui stiamo assistendo”.

Le aziende dovono uscire dal dilemma che contrappone “risorse umane “unidimensionali” e interscambiali, cloni, simulacri e replicanti dickiani, irresponsabili ed irriflessivi, ciecamente obbedienti versus identità uniche e molteplici, soggetti “in divenire” e pertanto mutanti, per quanto consapevoli della propria “singolarità”, aperti al futuro e in ‘colloquio’ con il mondo circostante, liberi in quanto capaci di vincolarsi a scelte responsabili”.

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