Movimento , metamorfosi e cultura liquida


Solitamente l’impulso di riflettere e scrivere su un tema mi deriva esclusivamente quando una frase o un evento mi colpisce nel profondo. Inizialmente è una sensazione viscerale non intellettuale; quando riconosco tale sensazione allora posso cominciare a scavare e riflettere.Fortunatamente oggi sono stato in viaggio tra Roma e Milano e il treno aiuta molto a concentrarmi, o meglio a rilassarmi, e quindi riesco a trovare il filo conduttore che lega pensieri e letture attorno al tema all’attenzione.

Il tema  suggerito è metamorfosi liquida. Non nascondo che la prima sensazione è stata di disagio, vedo in esso molte insidie, approcci scontati e illusorie vie d’uscita.

Provo a ripercorrere la storia partendo da Ovidio: Omnia mutantur, nihil interit.

Il mito raccontato da Ovidio racchiude l’essenziale del movimento che ha indirizzato la storia del mondo fino alla nostra epoca. La terra da instabile a stabilita; da comune a tutti a occupata, distribuita e sviluppata; da informe a civiltà racchiusa nella città, forma ridotta e per ciò intelligibile e visibile; da incolta a pascolata e coltivata…

Il movimento ha preso velocità e si è evoluto in metamorfosi cioè trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa: non l’essere ma il divenire, non l’essenza ma l’esistenza, non l’eternità ma il cambiamento. E’ un mondo di emozioni labili, non di fatti; di connessioni e tonalità piuttosto che di profili ben delimitati.

Dalla metamorfosi siamo scivolati alla “cultura liquida” per sua natura inafferrabile, indefinibile, assume tutte le forme a seconda del contenitore, filtra da tutte le fessure, non ha una sua fisionomia, è l’indistinto, appare inconsistente, ma sa riempire tutto.

La sua natura ambigua e ingannevole, l’incertezza dei confini fra realtà e apparenza, fra la concretezza delle cose e l’inconsistenza delle apparenze. La lingua stessa, lo stile, si prestano a mostrare la natura ambigua delle cose: esibendo la sua connaturata doppiezza, anche il linguaggio rivela la sua pericolosità. Tutto deve succedersi a ritmo serrato, imporsi all’immaginazione, ogni immagine deve sovrapporsi a un’altra immagine, acquistare evidenza, e poi dileguarsi.

Ma mentre nel mondo antico e fino al moderno la finalità del movimento è il ritorno all’Essere o l’adesione a un sistema Unico, nella condizione liquida attuale mi sembra che manchi ogni fondamento. I gusti della nuova spiritualità riconducono a un “Dio personale”, potremmo parlare anche di una religione à la carte, soprattutto i giovani operano una selezione tra diverse fonti, talvolta decisamente esotiche, in altri casi scavando all’interno della tradizione cattolica. Prevale comunque l’attitudine a ibridare elementi diversi, secondo i bisogni particolari e la sensibilità dei singoli; su queste basi, è molto difficile che si costituiscano dei gruppi organizzati, delle comunità di fede in senso proprio: le relazioni vere e proprie vengono sostituite con i “contatti”. 

È una reazione all’instabilità che caratterizza la vita nella “modernità liquida”: in un’epoca di incessanti e repentini cambiamenti, si cerca un lembo di terreno su cui poter piantare saldamente i piedi. Uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo, è che non si riescono a prevedere le conseguenze a medio termine delle decisioni personali: sono troppo numerosi i fattori che interferiscono con i nostri progetti. Si cerca, dunque, un punto di ancoraggio esistenziale.

Attualmente sembra essersi atrofizzata proprio la capacità di pensare l’“avvenire” ora, tendiamo a procedere a vista, come se il nostro orizzonte temporale si riducesse al prossimo fine settimana. La spiritualità può fare a meno della dimensione del futuro? Può sopravvivere in una condizione di “presente dilatato”?

Anche concetti come “qui e ora” vengono mercificati e diventano liquidi, pensiamo alla distorsione dell’idea alla base del celebre “carpe diem” di Orazio.

Dal “presente dilatato” si scivola “liquidamente” al “se” congiunzione con valore ipotetico, e inconsapevolmente si sposta il traguardo della felicità verso il futuro, o comunque “più in là” rispetto a dove sei “qui e ora”, in una rincorsa infinita di ciò che è irraggiungibile, aprendo le porte ad una perenne insoddisfazione.

Diverso è guardare al futuro con un senso di progettualità, per decidere in quale direzione andare, o agire nell’oggi in direzione di ciò che per noi è importante, questo significa infatti vivere nel presente.

Molte aziende non si limitano a mettere in commercio dei beni materiali, ma li contornano di un alone “religioso”. Le agenzie di viaggi e le compagnie aeree, ad esempio, pubblicizzano le destinazioni turistiche con la promessa di “esperienze immortali”, di “mete paradisiache”: i loro slogan sono spesso variazioni sul tema dell’immortalità ora, da conseguire istantaneamente, il modello è quello del caffè solubile, che si può assaporare nel giro di pochi secondi, dopo che la polvere si è sciolta nell’acqua calda. Le agenzie di marketing capitalizzano il desiderio di una fuga dall’incertezza e dalla sfiducia diffuse nella modernità liquida: le merci attraggono i possibili acquirenti promettendo loro una redenzione dalla normale insensatezza della quotidianità. 

Nella modernità liquida raramente una cosa mantiene la sua forma abbastanza a lungo da ispirare fiducia e da solidificarsi in affidabilità. 

Dio, dal canto suo, è stato neutralizzato e sostituito dalla scienza e dalla tecnologia, anch’essi prodotti speculari alla mercificazione che ci consentono di sfuggire dalla narrazione teologica della storia del mondo che ci porrebbe davanti a nuove responsabilità: il peccato si perdona, la corruzione è ammessa semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto vi è una stanchezza della trascendenza. Di fronte al Dio che non si stanca di perdonare,il corrotto si stanca di chiedere perdono.

Papa Francesco preferisce il termine più contenuto di cultura del provvisorio. Di fatto niente sembra più sicuro e stabile. Traballano i valori condivisi. Quelli che una volta si chiamavano principi, adesso sono correnti che cambiano direzione e si dissolvono nel liquido che rende tutto uguale e indifferente. 

I rapporti umani sono diventati fragili ad ogni livello, da quelli familiari a quelli professionali. Diventa sempre più difficile impegnarsi per sempre, non ci si radica in niente, nazione, città, famiglia, impresa. Si resta attaccati anche morbosamente al posto fisso di lavoro perché lascia libertà di fluttuazione in ogni altro ambito.

Chiudo con una frase di Bauman che da una chiave di lettura per cercare una via coraggiosa alla liquida morale dilagante:

“La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza a irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida”. 

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